Negli ultimi giorni si è parlato molto di una nuova decisione della Corte di Cassazione (n. 1999/2026) in materia di assegno di divorzio. Occorre sin da subito specificare che, la Corte non ha cambiato le regole, ma ha ribadito un principio già affermato nel 2018 e ormai consolidato.

La sentenza n. 1999/2026 della Corte di Cassazione è intervenuta su un tema che riguarda moltissime persone: l’assegno di divorzio. Negli ultimi giorni si è parlato di “nuove regole”, ma in realtà la Corte non ha cambiato l’impostazione già definita nel 2018. Ha invece ribadito un principio fondamentale: l’assegno non è uno strumento automatico per riequilibrare le differenze di reddito tra ex coniugi, ma serve a compensare chi, durante il matrimonio, ha sacrificato le proprie opportunità professionali nell’interesse della famiglia. Senza la prova concreta di questo sacrificio, il diritto all’assegno non può essere riconosciuto.
Non basta la differenza di reddito
La Cassazione ha ricordato che l’assegno di divorzio non serve più a garantire all’ex coniuge il mantenimento del tenore di vita goduto durante il matrimonio. Questo orientamento è stato fissato in modo chiaro dalle Sezioni Unite nel 2018.
Oggi l’assegno ha una funzione diversa:
- assistenziale, quando il coniuge non è economicamente autosufficiente;
- compensativa e perequativa, quando uno dei due ha sacrificato la propria carriera o le proprie opportunità professionali per dedicarsi alla famiglia.
La semplice disparità economica tra ex coniugi non è sufficiente per ottenere l’assegno. È necessario dimostrare che quella differenza sia la conseguenza di scelte condivise durante il matrimonio, come la rinuncia a un lavoro, a una promozione o la scelta di lavorare part-time per occuparsi dei figli.
Quando l'assegno non spetta
Se non viene provato il sacrificio professionale e il collegamento tra tale sacrificio e il miglioramento della posizione economica dell’altro coniuge, l’assegno non è dovuto.
In altre parole, chi chiede l’assegno deve dimostrare:
1. di aver fatto scelte che hanno inciso negativamente sulla propria carriera;
2. che tali scelte sono state fatte nell’interesse della famiglia;
3. che da esse è derivato uno squilibrio economico attuale.
Senza questa prova concreta, la domanda potrà essere respinta.
La novità sulla restituzione delle somme
La recente ordinanza della Cassazione ha anche chiarito un aspetto molto importante: se un giudice accerta che il diritto all’assegno non esisteva, le somme percepite dovranno essere restituite.
L’assegno di divorzio, infatti, è “ripetibile”. Questo significa che, se una decisione successiva nega il diritto, l’ex coniuge che ha ricevuto le somme potrà essere obbligato a restituirle a partire dal momento in cui la sentenza di divorzio è divenuta definitiva.
Diversa è la situazione delle somme versate durante la separazione: in quel periodo il vincolo coniugale è ancora in essere e il dovere di assistenza resta pienamente operativo.
Differenza tra mantenimento e assegno di divorzio
È importante distinguere tra assegno di mantenimento in sede di separazione e assegno di divorzio.
Durante la separazione, l’obiettivo è garantire un tenore di vita simile a quello matrimoniale.
Dopo il divorzio, invece, l’assegno non ha più questa funzione: serve solo a garantire un’esistenza dignitosa e, soprattutto, a compensare eventuali sacrifici fatti per la famiglia.
La Cassazione, dunque, non ha introdotto nuove regole, ma ha confermato un principio ormai chiaro: l’assegno di divorzio non è una rendita automatica per chi guadagna meno. È uno strumento che tutela chi ha realmente sacrificato la propria crescita professionale per la famiglia.
Per questo motivo, ogni situazione deve essere valutata con attenzione, analizzando la storia del matrimonio, le scelte compiute e le prove disponibili.
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